Nofriu tra sogni e galoppi
Era il 21 luglio 1784, nelle campagne della Valle dello Jato. Nofriu Zorba, un umile contadino di Borgetto, aveva terminato il lavoro nei campi e si era sdraiato sull’erba per riposare. Nel sonno gli apparve la Madonna della Provvidenza, invitandolo a svegliarsi, a raggiungere i suoi asini e scavare dove si erano spostati a pascolare, poco lontano. Nofriu obbedì. Fra la vegetazione e le stoppie, semisepolta, trovò un’antica effigie in ardesia della Madonna della Provvidenza. Andò subito a chiamare la gente della sua borgata, che lo seguì a pregare in quel luogo miracoloso. Da quel ritrovamento nacquero devozione, contese, racconti e tradizioni che, attraverso più di due secoli, sono giunte sino a noi.
Una storia vera in cui uomini e animali camminano insieme e diventano primattori della scena. Cavalli, asini, muli e buoi non sono semplici presenze sceniche di una rievocazione, ma i compagni della fatica quotidiana, i testimoni della fede e della memoria di una civiltà contadina autentica. È questo il filo conduttore di “Nofriu tra sogni e galoppi”, lo spettacolo di teatro equestre ideato e diretto da Marianela Alagna e andato in scena il 14 agosto nell’ambito della Fiera degli Animali di San Giuseppe Jato.
La rievocazione prende avvio proprio da quella Sicilia rurale. Uomini impegnati nella mietitura, donne con brocche e fiaschi, la scena della pesa: immagini di un mondo in cui il ritmo della vita era quello della terra e del duro lavoro nei campi.
Poi entra il capo della masseria. Tonino Iacona, con il suo frisone Nick, 13 anni, conduce il cavallo a redini lunghe in una serie di precise evoluzioni di scuola, fino all’inchino davanti all’effigie ritrovata. È il cavallo del massaro, ma anche qualcosa di più: il compagno dell’uomo, partecipe della sua fatica e della sua vita.
Con il sogno di Nofriu arrivano gli asini e cambia completamente il registro. Francesco Nobile, con Angela e Rosetta, entrambe di 9 anni, costruisce uno dei momenti più divertenti e tecnicamente sorprendenti dello spettacolo. In piedi sulle groppe delle due asine che trotterellano appaiate, percorre la scena con una precisione quasi certosina. La sequenza arriva fino al passaggio sotto un ostacolo da salto in alto, allo scavalco dell’asticella e alla successiva ricaduta in piedi sulle groppe delle due asine, che continuano imperterrite il loro trotterello. Numeri spettacolari, ma perfettamente inseriti nel racconto: sono proprio gli animali più umili a indicare a Nofriu il luogo del ritrovamento.
La notizia del miracolo si diffonde e, insieme alla devozione, arriva anche la contesa. È qui che entra in scena Simone Colletti, eccellente volteggiatore, sul PRE Bandito, 7 anni. Il suo tentativo di impadronirsi dell’effigie dà corpo alla disputa fra i contadini della borgata di Borgetto e gli abitanti di San Giuseppe Jato, fra il mondo popolare e il potere dei proprietari. Poi arriva il principe Don Giuseppe Beccadelli, interpretato da Loreto Scozzari, in groppa a Saturno, un bello e bravissimo Sanfratellano di 5 anni. È il momento in cui il potere entra fisicamente nell’arena, pretendendo di portarsi l’effige della Madonna nel suo palazzo. Ma nella storia raccontata quella stessa autorità deve infine inchinarsi davanti a qualcosa che non può comandare: la fede popolare e, secondo la tradizione, la volontà divina. Lo spettacolo costruisce proprio su questo snodo uno dei suoi nuclei narrativi più forti: la contesa si risolve affidando agli animali la scelta della destinazione dell’immagine sacra.
Ed ecco allora comparire i grandi buoi di razza Modicana, massicci e solenni. Trainano il carro su cui è stata collocata l’effigie. Nessuno deve guidarli: saranno loro, secondo il racconto tramandato, a scegliere la via e, infine, a decidere quando e dove fermarsi. Sarà lì che sorgerà il Santuario che ancora oggi custodisce l’effigie in ardesia ritrovata da Nofriu, trasformando il loro lento incedere in uno dei momenti più suggestivi e significativi della rievocazione.
La storia diventa quindi tradizione. Nasce la Fiera di Mezzaustu e, con essa, tornano protagonisti gli animali della vita contadina. Arrivano i muli, antichi compagni di lavoro, carichi idealmente di prodotti della terra, di sacrifici e di speranze delle famiglie. Nella costruzione dello spettacolo rappresentano la memoria dei padri: il passaggio dalla fatica quotidiana alla festa collettiva.
Rimarchevole anche il passo a due dei campieri a cavallo, Pietro Badalamenti e Francesco Palazzotto, armati dell’immancabile scupetta: figure ambigue che appartengono pienamente al paesaggio umano e sociale della Sicilia rurale dell’epoca.
Poi la scena si riempie di festa e arriva la famiglia contadina. È la famiglia Cicero al completo a rappresentarla, con Pasquale, Ilenia, Debora e la piccola Ambra, tutti in costumi d’epoca e con due cavalli. E qui l’immagine diventa quasi cinematografica. Debora, una giovane campionessa di volteggio, galoppa intorno alla famiglia senza redini, in piedi sulle staffe e con le braccia spalancate. Per un attimo la posa ricorda inevitabilmente quella sulla prua del Titanic, con DiCaprio e Kate Winslet: solo che qui, al posto dell’Atlantico, c’è la campagna siciliana e sotto Debora c’è un cavallo che corre a perdifiato. I cavalli dei Cicero sono Stella, splendida siciliana grigia di 11 anni, con la quale Debora gareggia, e l’Appaloosa Asmira, di 9 anni, protagonista del suo galoppo in scena.
Si arriva così al quadro conclusivo.
Il carosello a quattro di Equievolution chiude lo spettacolo con precise evoluzioni equestri dedicate ai quattro valori scelti per riassumere l’intera storia: Fede, Amore, Speranza e Tradizione. I quattro binomi in campo sono costituiti da Pietro Badalamenti con Rubi, Sanfratellano di 6 anni; Francesco Palazzotto con Jago, PRE di 7 anni; Simona Pellegrino con Rafagà, PRE di 6 anni; Giulia Sorrentino con Segovia, Lusitana di 17 anni.
A completare la messa in scena, le ben realizzate coreografie dei diversi quadri della Compagnia Balliamo Insieme di Salvo Giordano e la voce narrante, intensa e coinvolgente, di Nico Belloni, storica voce dei Galà di Fieracavalli Verona e di numerose manifestazioni equestri. I testi delle canzoni siciliane che accompagnano il racconto sono di Marianela Alagna, regista e anima dello spettacolo, vincitrice nel 2026 del Premio Senofonte per il teatro equestre. Anche questa volta Alagna ha costruito uno spettacolo coinvolgente ed emozionante e, soprattutto, molto ben raccontato.
Film e spettacoli teatrali, equestri o meno, dipendono anche dai budget che si riescono a mettere insieme. E i budget, soprattutto quando sono coinvolti molti animali, costumi, artisti, scenografie, luci, regia e impianti audio, effetti, tecnici, logistica e organizzazione, non sono mai un dettaglio. “Nofriu tra sogni e galoppi” non nuotava nell’oro… ma è filato liscio come l’olio. Ed è forse questo il suo merito maggiore. Con mezzi evidentemente non illimitati, è riuscito a riportare in vita una giornata lontana, affidandola a eccellenti attori, danzatori, cavalli, asini, muli e buoi. E soprattutto ha avuto il pregio di mettere in scena gli animali che appartenevano davvero a quel mondo: gli asini e i muli dei contadini, i grandi buoi da lavoro, i cavalli dei massari e dei campieri, quelli più eleganti dei proprietari e dell’aristocrazia. Perché quella di Nofriu non è soltanto una storia di fede. È anche uno spaccato della società siciliana di fine Settecento, con le sue distanze, spesso abissali, fra chi lavorava la terra e chi la possedeva, fra contadini, campieri, massari, proprietari e aristocratici.E, una volta tanto, il potente di turno non riesce ad arraffare tutto. Il principe deve fermarsi. Deve cedere al sentimento popolare. E deve lasciare che, almeno per una volta, sia qualcun altro a decidere dove debba andare quell’effigie.
Non un giudice, non un proprietario, non un uomo di potere.
Due buoi.




























