Cavalli e vivisezione, cifre da far paura
CHI HA DATO UNO SGUARDO, e la LAV lo ha fatto, alla Gazzetta Ufficiale del 16-10-2008 ha dovuto trarre amare conclusioni: in questo Paese la vivisezione anziché diminuire aumenta. I dati si riferiscono al triennio 2004-2006 e parlano di oltre due milioni e mezzo di animali inutilmente torturati in nome della ricerca e della scienza. Fra questi c’è anche una certa quantità di cavalli e di asini. Il loro numero non è rilevante rispetto alla gran massa, ma quel che impressiona è l’aumento percentuale del loro impiego. Nel triennio 2001–2003 erano 90; nei tre anni successivi sono diventati 221. Il 300% in più. Il dato, come si dice in questi casi, si commenta da sé. Non occorre stare dalla parte degli animali per chiedersi, e chiedere, quale rapporto ci possa essere fra questa mattanza istituzionalizzata e il progresso scientifico. E’ sufficiente saper far di conto con le dita battute sulla punta del naso per accorgersi che non c’è quadratura fra la sofferenza scientificamente indotta nei confronti di milioni di esseri viventi e i benefici che ne dovrebbe ricavare la specie umana. Vorremmo far rilevare che la teoria della ‘distruzione creativa’ di Schumpeter vale, forse, per sezionare gli andamenti delle crisi economiche, non per fare a pezzi la carne di animali vivi. Se qualche vivisezionatore volesse saperne di più sul perché il suo lavoro distrugge senza creare, saremo ben lieti di soddisfare la sua curiosità. E avrebbe tutta la stima che merita chiunque si interroghi su quello che fa e perché lo fa. Ma al nostro inesistente vivisezionatore faremmo anche un regalo in più: gli presenteremmo il dott. Jaime Guevara e il dott.Valter Longo. Hanno una storia da raccontare. Una lunga storia di ricerca secondo una pratica di scienza e una idea di coscienza che non chiede la soppressione di una vita per salvarne un’altra.
JAIME GUEVARA fa l’endocrinologo a Quito, capitale dell’Ecuador. Valter Longo è docente presso l’Andrus Gerentology Center dell’Università di Los Angeles.
Da 25 anni Guevara frequenta un’area rurale del sud dell’Ecuador dove risiede un gruppo di persone afflitte da una rara malformazione, il nanismo di Laron (Laron è il medico israeliano che quarant’anni fa osservò i primi casi in Israele e in Europa). Praticamente si tratta di una patologia che inibisce i ricettori dell’ormone della crescita. Nel tenerli sotto costante osservazione, Guevara ad un certo punto comincia a notare che in tutti questi anni nessuno fra i suoi pazienti ha avuto mai forme di cancro o diabete.
Ora non è detto che a uno gli debba venire per forza il cancro o il diabete. Però la faccenda è intrigante per due buoni motivi: primo perché questa zona è tristemente nota per l’alta incidenza di morti per tumore rispetto al resto del paese; secondo perché le persone da lui seguite hanno avuto nelle loro famiglie morti per neoplasie. Guevara non è del tutto convinto che possa trattarsi solo di coincidenza. Intensifica il lavoro di indagine, si fa aiutare da suo fratello Marco, medico anche lui, e comincia a raccogliere dati che finora aveva trascurato. Finito il lavoro, invia tutto il materiale all’Università di Los Angeles. Qui troviamo Longo, che fa ricerca sul cancro e da anni gira a vuoto con la sperimentazione animale. Ormai si è convinto, prove alla mano, che tutto quello che viene fuori dal trattamento con animali si rivela inapplicabile al soggetto umano.
TEST che sembrano dare risultai incoraggianti sugli animali falliscono nella sperimentazione sugli uomini. La massa di dati che gli fa arrivare Guevara è manna dal cielo. Gli si apre uno scenario di ricerca per il quale non ha più bisogno di andare a tentoni con la sperimentazione animale. Le tecnologie a disposizione si rivelano uno strumento di indagine più che sufficiente per portare avanti il lavoro che un giorno potrà consentire agli esseri umani di non morire più di cancro. Longo dice che, grazie al lavoro di Guevara, la ricerca sul cancro ha guadagnato vent’anni. Arriva addirittura ad ipotizzare che fra dieci potranno esserci farmaci capaci di arrestare la crescita dei tumori. Noi non possiamo che augurarcelo. E insieme a noi se lo augurano tutti gli animali che non saranno più degradati alla condizione di cavie.
La ricerca è metodo, studio costante e fatica. Esige prezzi. Ma fra questi non sono compresi né sangue né sofferenza. Per nessuna specie vivente. Guevara e Longo l’hanno capito. E se l’hanno capito loro, perché non dovrebbe capirlo il nostro vivisezionatore? A meno che…in ballo non ci sia qualcosa che non ha niente a che vedere con scienza e coscienza. La ricerca scientifica ha sempre impressa su di se l’impronta di chi la fa. Se fra una impronta e l’altra c’è differenza, questa è misurabile con un metro che si chiama etica.

























