Don Mazzi, il prete che amava la vita, i cavalli e gli scherzi da prete
"Tra fede, speranza e carità quella che non deve mancare mai, anche per poter provare a vivere le altre due, è la speranza".
Parole -e musica, una delle sue grandi passioni- di Don Antonio Mazzi, spentosi venerdì a 96 anni a chiudere (ma lasciando la grande eredità del suo esempio e del suo impegno per provare, riprovare e il più delle volte riuscire a recuperare i giovani, anche e soprattutto quelli bollati come irrecuperabili- un capitolo terreno di un libro scritto con visione, empatia e appunto con la speranza e la fiducia nei ragazzi che a loro "non ci può pensare la Divina Provvidenza -mantra curioso per un prete oltretutto laureato in teologia- almeno non da sola e per levargli la polvere, il vuoto e lo sporco di dosso e da dentro, ogni tanto serve sporcarsi le mani".
Dalla parte degli irrecuperabili perché -amava ripeterlo- lui stesso lo era stato, da ragazzo, senza nessuno che lo educasse (orfano di padre e con una madre presa, costretta, a fare a cazzotti con la vita) e con il suo, di prete, in collegio, che per tale lo aveva bollato ("questo ragazzo è irrecuperabile, mi creda, signora") e che scoppiò a ridere quando gli disse che avrebbe preso il sacerdozio...
La mancanza, la povertà, gli anni di guerra, poi l'incontro con la comunità di Don Calabria (frequentata più per necessità che per vocazione) e l'alluvione del Polesine che gli cambiò la vita, facendogli esplodere in animo il bisogno di aiutare e non solo, di provare a trovare strade, percorsi, vite da ricostruire.
Sempre controcorrente e comunicativo, anche a livello mediatico ("Se c'è da andare dalla Venier a Domenica In ci vado" - e infatti ci andò- perché con i giovani spesso qualcosa ci riesce, raddrizzare gli adulti è più dura") fondò Exodus al Parco Lambro, in una vecchia cascina allora fatiscente, proprio in quella terra di nessuno e dell'eroina, prendendosi del pazzo a destra e a manca...
Ma se quella della droga era all'epoca la prima emergenza giovanile anche di emarginazione e rifiuto sociale, Don Mazzi prese a darsi da fare per combattere tutte le dipendenze e a provare a riempire tutti i vuoti dei giovani, dalle cause e gli effetti dell'anoressia e alla bulimia (non solo alimentare) al gioco d'azzardo, alla schiavitù del sesso fino a quella dei social e dei telefonini.
Ha vinto, con i suoi ragazzi, coinvolti nell'impegno per scelta libera e partecipata, tante battaglie ma non si è mai fermato; felice ma non appagato perché era la scuola della vita che lo aveva istruito e guidato e anche quando sentiva arrivare la stanchezza era proprio la vita a mettergli davanti una nuova sfida e lui, ostregheta, era pronto a raccoglierla come la prima delle benedizioni...
Don Mazzi amava i cavalli non solo come creature di Dio -che quello lo fanno o almeno lo dicono tutti i preti- ma come animali forti ed al tempo stesso fragili, empatici come sarebbe bello fossimo tutti, addomesticabili con la fiducia e non con la coercizione, capaci di dare a chi ha bisogno e non solo a chi hanno bisogno loro, perché il cavallo resta libero, selvaggio, nobile, abile a riconoscere l'anima come nessuno, libero anche quando si presta ad arare un campo, come quando scorrazza in branco, recita in un film o gareggia in pista, sempre e comunque unico, mai condizionato da sovrastrutture.
Un aiuto speciale, un amico insostituibile anche come cura, dall'ippoterapia al recupero di chi si è perso. Tanto da riempirci una scuderia nella comunità di Gallarate, per i suoi ragazzi, per farli lavorare e incontrare, in modo davvero differente che in altre esperienze, tipo San Patrignano (che pure di ragazzi con i cavalli di gran bene ne ha fatto).
Una delle prime iniziative del Don al Parco Lambro fu proprio "A cavallo contro la droga" perché dei cavalli sapeva, istintivamente, di potersi fidare più che di certi professoroni che a volte predicano bene e razzolano male.
Poi volle conoscere -curioso fino al midollo- più da vicino anche i focosi purosangue (e i loro uomini) e una mattina di primavera andò in scuderia dall'amico Claudio Bertolini, allora presidente dell'Associazione Fantini.
Bene, cioè male nel senso di male fisico, perché nonostante le raccomandazioni di Bertolini il Don non volle sentire ragioni e invece di limitarsi a sguardi, carezze e zuccherini, volle salire in groppa a Paris Circus.
O almeno provarci.
Perché salì da un lato e scese direttamente dall'altro, rompendosi una spalla. E meno male che in attesa dell'ambulanza al buon Claudio riuscì di fermarlo perché il Don diceva di sentire dolore ma di non essersi fatto niente ("è solo una botta") e voleva a tutti i costi riprovare, cosa che poi fece, riuscendoci alla grande, una volta tolto il gesso..
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Di più: dovete sapere che nel trotto c'è un Circuito benefico -quello delle Stelle- che tra il 2010 e il 2016 spesso dedicava i propri eventi a raccogliere fondi per Exodus; Don Mazzi ne era entusiasta e seguiva ogni manifestazione, ogni gara, ogni corsa.
In tv anche quella di fine anno dell'anno 2011, a Montegiorgio, dove ci fu una rovinosa caduta che spedì all'Ospedale di Fermo sia il Sindaco di Montecatini Giuseppe Bellandi sia le giovani fotomodelle Ilaria Pirri e Jessica Pompa.
Male, cioè bene: i giornalisti erano corsi in massa per raccontare il 'sangue' ma per fortuna il sindaco si era guadagnato 'solo' alcune fratture, la Pirri si schiacciò il naso e Jessica si incrinò qualche costola ma, contrariamente al parere dei genitori e dei medici, firmò per essere dimessa immediatamente "perché -tra gli oh dei pennivendoli e di chi le dava, toh guarda, a manca e a destra della pazza- devo correre da Lacoste Om (il cavallo dal cui sediolo era stata sbalzata, ndr) per vedere come sta. Non vedo l'ora di tornare in corsa, sapete per caso quando sarà la prossima"?
Titoli e pagine locali su questa ragazza, qualcuno arrivò a ipotizzare che avrebbero dovuto rifarle la tac perchè evidentemente aveva sbattuto la testa.
Invece Don Mazzi scrisse a Jessica una lettera aperta (e in seguito lei andò anche a trovarlo al Lambro, foto) che allora sì venne ripresa da tutti i media, dove la si eleggeva testimonial di Exodus ed esempio per i ragazzi in difficoltà "perché solo chi cade può rialzarsi"...
Jessica, per la cronaca, conquistò poi una popolarità clamorosa a suon di vittorie e sfide impossibili (arrivò ad affrontare e a battere, lei dilettante tra i dilettanti, il campione italiano dei guidatori professionisti in un match senza frusta che fece epoca) ma non è questo il punto. Il punto era -ed è- nella forza d'animo e nello spirito di quella ragazza, nel coraggio quasi obbligato da una passione, dall'insegnamento che le era arrivato proprio dallo scambio e dai battiti con i cavalli.
Come Vasco Rossi, nel volere "trovare un senso a questa vita anche quando questa vita un senso non ce l'ha" o almeno sembra non avercelo.
E invece no, come insegnava ed imparava ogni volta il Don.
Di più: in una conferenza stampa, a Bologna, qualcuno gli domandò: "Ma proprio lei, Don, che combatte tutte le dipendenze inclusa naturalmente la ludopatia, applaude all'ippica e accetta i proventi delle scommesse ippiche"?
Esemplare -e dovrebbe essere insegnamento irrinunciabile per alcuni nostri politici- la pronta risposta: "Vede, prima di tutto il mondo dell'ippica non solo offre lavoro a tante persone ma è conduttore e moltiplicatore di passione, poi io temo e combatto l'azzardo e scommettere sui cavalli non lo è affatto, è ragionamento, scelta, emozione, partecipare. Per giocare alle slot dei bar un ragazzo deve spegnere il cervello e a volte si ritrova a parlare con uno schermo e a pregare la gallinella virtuale di dargli tre uova di seguito, mentre per giocare un cavallo il cervello lo deve accendere, per sceglierlo e vivere la sua scelta, prima, durante e dopo la corsa, sia che si tratti di un neofita che lo sceglie per il nome o il mantello, sia già un appassionato più competente, che sceglie in base al terreno pesante al galoppo se ha piovuto o ai tempi recenti al trotto"...
Decisamente un cavallo di razza, Don Mazzi.
Di quella razza speciale. Irrecuperabile...



























