San Rossore, dove la passione non tramonta mai
L’incanto di San Rossore non finisce mai. L’armonia della pineta, la pace e il silenzio che vi dominano a ogni ora, le quinte sfumate delle Apuane che affiorano nella sera cariche di luci e di colori struggenti. Il regno del purosangue è qui dove la passione è rimasta la stessa di un tempo, dove la folla accorre gioiosa mossa dall’amore per i cavalli, un amore presente in questo lembo di terra più che altrove, gli ippodromi metropolitani, ahimè, in pauroso declino, solo Pisa a tenere alti la tradizione e lo stile del galoppo italiano. L’Alfea compie miracoli nel momento più buio della nostra ippica, offre spettacoli sempre dignitosi, corse animate, sofferte fino all’ultimo metro, e in prospettiva lodevoli iniziative (come lo sprint dei fantini vinto da Mario Sanna), con l’intento di stimolare il pubblico e rendere più coinvolgenti i pomeriggi sul Prato degli Escoli. E’ dal ’47 che la Società di viale delle Cascine si sta dando da fare con impegno e serietà.
Lasciate alle spalle le miserie della guerra, ha rilanciato con entusiasmo il glorioso campo di gara , ospitando di anno in anno nei quartieri di Barbaricina le icone del nostro turf, con Ribot al vertice per la grandezza delle sue imprese. Si veniva dunque a trascorrere i mesi più grigi e pungenti in terra di Toscana, un migrare ripetuto e sempre uguale, dopo stagioni di fatiche, di vittorie a lungo vagheggiate, talvolta di frustrazioni mal digerite. San Rossore era l’isola felice dove indugiare e ritemprare le forze aspettando la primavera, e i maggiori complessi non mancavano mai di soggiornarvi. Anni fino al ’70 o giù di lì, Dormello in testa agli squadroni più blasonati, e poi il Soldo, la Mantova, l’Aurora, la Giuggiola, gli Allevamenti Gibi, intenzionati dopo un lungo silenzio a tornare ora sulla scena, la Ticino, il bianco-blu della Spineta, Tagliabue, la Rozzano e i Botti, naturalmente, Giuseppe e Alduino, sempre innamorati di queste delicate atmosfere.
L’Alfea ha potuto contare su presidenti appassionati e competenti, gente – insieme all’intero staff - illuminata e dalle idee ben definite, capace di indirizzare la società verso importanti traguardi senza mai navigare a vista. A loro va riconosciuto il merito d’aver mantenuto vivi l’interesse e la passione, tralasciando di gloriarsi, consapevoli del loro compito e delle difficoltà da rimuovere di volta in volta, dando ragione a Platone il quale affermava: “non è possibile che riescano a comandare bene e a realizzare opere di significato, quelli che prima non hanno servito bene”. E gli uomini dell’Alfea sono risaliti dal basso senza nulla chiedere, senza inalberare con troppo vanto i propri successi, cosa tanto rara e impensabile nell’ippica agonizzante di oggi.
Al fascino di San Rossore non sono rimasti insensibili per primi gli inglesi, i Livermore e i Rook, ma anche più tardi varcarono la Manica diretti a Pisa, purosangue di statura classica, in particolare Sir Ivor, proveniente dalla verde Irlanda e destinato in seguito a una carriera folgorante non solo in Europa. Vincent O’ Brien fu colpito dalla bellezza della macchia che proteggeva con le sue chiome Barbaricina dai venti marini, dalle diritture morbide e ben tenute, dal tepore del clima, dolce e rilassante, dai modi garbati della gente che faceva ala osservando ammirata l’incedere del suo drappello.
Trovavi in quegli anni nel prato al centro dell’ippodromo i grandi trainer dell’epoca d’oro del galoppo italiano: Federico Regoli con montgomery e binocolo intento a scrutare la grazia e le movenze dei suoi pupilli, Giannino Miliani, Carlini e Penco, e Camici e Arturo Maggi, l’uomo di Molvedo, tutti con la nascosta speranza di forgiare campioni e renderli famosi in pista.


























