IL MORO DI MAX, NONNO ILDO, NANDO E IL GRIGIO RAVIER
IL DUELLO
Passo indietro, lungo 30 anni, un mese e un paio di giorni ed eccoci al pomeriggio di domenica 2 giugno.Ippodromo di San Siro galoppo, stracolmo di gente, di bella gente; appassionati, famiglie, puntatori, tv, giovani -che ai tempi lo si era anche noi- e tifo diviso tra i cavalli (e i fantini) all'epoca protagonisti di un dualismo di altri sport, ma soprattutto d'altre epoche perché l'ippica comunque, di dualismi vincenti ne ha avuti tanti, anche al trotto, fin dai tempi di Crevalcore e Tornese e poi, tra i driver, Vivaldo Baldi e Nello Bellei specie in Toscana, Marcello Mazzarini e Carlo Bottoni a Roma, Guzzinati e Gubellini a Milano e a Torino eccetera...
Morigi e Ravier, già storici duellanti, corrono la corsa più importante della giornata e della stagione, il Gran Premio Turati, in sella naturalmente i loro fantini del cuore, Massimiliano Tellini e Fernando Jovine, così diversi per stile, talenti e carattere ma entrambi forti di una personalità straordinaria e del seguito -di più, l'affetto- del pubblico, in particolare, a San Siro il bel Max, anche per alcune vicende personali, al punto che interisti e milanisti gli hanno perfino perdonato il suo essere 'gobbo', in nome del fatto che "basta che spingi come sai spingere".
Il favorito avrebbe potuto essere l'invader tedesco e i cosiddetti tecnici portavano in palmo di mano un inglese e Les Boyer, allievo dei Botti che aveva saputo imporsi in un gruppo all'estero, ma al di là delle ragioni della carta tutti sapevamo benissimo che il Turati si sarebbe risolto nell'ennesimo match tra il 'Moro' allenato da Ildo Tellini (il nonno del fantino) e il 'grigio' della Dormello Olgiata (la scuderia di Ribot) e del trainer Mil Borromeo.
Doveva essere così e così sarebbe stato. E non solo per il valore dei due campioni o per una sorta di patriottismo ippico (che pure ci stava, vent'anni dopo le imprese di Sirlad, il sauro volante) ma soprattutto perché le emozioni, la poesia, l'epica di cavalli e dei loro uomini, le storie che toccano e restano -sempre a qualcuno interessi di raccontarle e ne sia capace- vanno ben oltre la carta, i rating e le tattiche. Immaginiamo che corsa del menga se l'ennesima sfida tra il Moro e Ravier l'avesse vinta un altro, con la Domenica Sportiva a trasmettere un servizio con la semplice notizia che Tizio aveva vinto il Turati, montato da Caio, con il tempo che non frega a nessuno e si era portato a casa un montepremi di xyz milioni di lire...
"Ma mi faccia il piacere", avrebbe detto Totò...
No, quel giorno sarebbe stato il giorno di Nando e Ravier (infatti c'era anche il terreno buono, che il grigio se solo sputavano per terra si fermava) oppure di Max e Morigi (che su un fondo più morbido si sarebbe anche arrangiato ma essendo uno scattista dava anche lui il massimo - minuscolo- sul buono).
Nessun'altra opzione possibile. Only two Choices. Poi, ovviamente c'era chi spiegava avrebbe vinto il dormelliano "perché sul buono non è una corsa" e chi invece dalla dichiarazione dei partenti era pronto a scommettere soldi e zebedei sul Moro "che lui e Max gli avrebbero impartito la lezione che si meritavano"...
Lo sapevano tutti e, più di tutti, lo credevano loro: Jovine, che pur essendo un fantino normalmente freddo, sentiva ogni sfida la responsabilità e l'emozione di dover dare il massimo per battere quello di Massimiliano e Tellini, per il quale ogni duello tra il suo ed il grigio era una questione di vita o di vita, per il suo campione, per il Nonno, per tutta la scuderia, per dimostrare chi fosse il migliore...
Lo sapevano, statene certi, anche i due cavalli che quando si incrociavano alle gabbie di partenza, al di là di sentire energie, emozioni e pensieri dei fantini, cominciavano a guardarsi e ignorarsi insieme, come a dire "ah sei qui, mò ti faccio vedere io"...
Quella corsa, questa corsa di 30 anni fa, questa sfida sportiva, di pelle e di clan, fu però molto ma molto di più del tanto che già di suo era e andò ben oltre quel palo di legno chiamato traguardo che fa sempre la differenza, andò ben oltre gli applausi del pubblico, ben oltre le discussioni in sala fantini polemiche incluse, ben oltre la mezz'ora necessaria a decifrare il fotofinish, ben oltre la favola e la storia.
Tanto che poco poco siamo ancora qui a raccontarcela, ricordo e stupore, bellezza...
Colpa e merito pure di quel diavolone del Max, sempre acceso da scariche -cercate e trovate- di adrenalina e niente lo caricava al mondo più di montare in corsa Morigi, figuriamoci contro Ravier e per giunta a San Siro.
Cuore e cervello in moto perpetuo e accelerato da una settimana; le due notti di vigilia senza mai prendere davvero sonno e senza mai staccare il pensiero e la spina dall'Ora X.
Chiunque incontrasse, dall'edicolante sotto casa al barista di Trenno, l'argomento era sempre e solo quello: era come se chiedesse consigli (e a dire la verità ne arrivavano anche di non richiesti) che tanto tutti sapevano, lui per primo, che in ultimo avrebbe fatto di testa sua.
Parlava per ore con il cavallo di cui si fidava più di chiunque ed era il Moro a dargli fiducia.
Le sere -e le notti, almeno in parte- a guardare e rivedere le vhs del suo, del grigio e delle loro sfide e da questo passatempo maniacale si è in qualche modo innescata la bomba per la domenica: "Ho scoperto -racconta il fantino- che il Moro, preparato a molla per lo spunto, ci metteva 11 secondi a fare l'ultimo furlong (gli ultimi 200 metri, ndr), roba da marziani, quindi noi non avevamo che stare incollati alla scia di Ravier, poi appunto spostare e fargli lo scatto addosso nel tratto finale".
Detto fatto (che poi a scriverlo così sembra facile a farsi ma non lo era), come se l'inglese, il crucco e il bottiano fossero solo comparse del film capolavoro: Ravier in testa, nelle mani dolci di Nando e loro due al culo.
Proprio al paletto dei 200 metri finali ecco che Jovine allunga il grigio dopo un po' di surplace, forse convinto di avere messo tutti nel sacco, entrambi pronti a rispondere all'attacco del Moro, che certo arriverà ma secondo i calcoli non in tempo, perché, cavolo, è fortissimo ma anche noi, ricavolo, non si scherza.
Qui viene il bello invece, anzi i belli. Il bel Moro sente l'aria, prontamente lanciato dal bel Max che in pratica asseconda solamente il cavallo, neppure fa il gesto di sfilare il frustino (in realtà inutile -tanta era la 'voglia', l'istinto e la coordinazione di Morigi- se non dannoso, ma né Tellini jr né nonno Ildo lo pensavano, ai tempi) e si lanciano nella folle remontada...
"La volevo vincere nel modo più esaltante, mostrare e dimostrare a tutti che i più forti eravamo noi, con un pizzico di fantasia, un coefficiente di rischio maggiorato ma al tempo stesso studiato. Poi ci volevo mettere del mio e alzare ancora il livello delle emozioni e dell'adrenalina. Come fantino, anche grazie al Moro e soprattutto a mio nonno, ero maturato ma ogni tanto la testa di rapa che ero tornava a farsi viva. Comunque nessuno sapeva dove fosse il palo quanto Morigi"...
Il traguardo si avvicina, tra i brividi e il caldo del pubblico, che spinge a ogni tempo di galoppo.
Arrivano insieme, simultaneamente, inseparabili a occhio nudo e anche per decifrare il fotofinish sarebbe poi servita una mezz'oretta, ma ecco che Max se ne inventa un'altra e alza il braccio in segno di trionfo, come a liberare la gioia e il fiato, l'urlo...
"Fu un attimo di esaltazione. Onestamente, non so quanto autosuggestionato e quanto per la velocità tripla, mi pareva ci fosse a nostro favore ben più dell'impercettibile corto muso rivelato dalla foto e anche al dissellaggio dissi a tutti - ricorda Massimiliano-che avevamo vinto noi. Ai proprietari, a mio nonno (che brontolò, come sempre, che avevo solo rischiato di perderla), ai tifosi, che mi credettero, più che altro per un atto di fede".
Il tarlo del dubbio arrivò durante l'attesa, lunga e spasmodica: "Minuti pazzeschi. Tra la mia convinzione e un pensiero mai confessato: pensa oltretutto, pensavo, a che figura di emme se abbiamo perso"...
Un boato -solo Max non urlò, strinse il pugno e baciò il cavallo mentre tutti lo acclamavano e suo nonno gli regalò una pacca sulle spalle- alla comunicazione via altoparlante: "Primo numero 2, Morigi"...
Fu il giorno dei giorni e almeno per noi non più ragazzini, resta uno di quei giorni indimenticabili...
IL MORO
Allevato dai Lagoni, quindi, sia pure con i primi passi mossi sui prati e sotto il cielo d'Irlanda, riferibile a Dormelletto, in provincia di Novara -stud acquistato proprio dalla Dormello Olgiata- Morigi, come del resto Ravier, nasce nel 1991.
Porta il nome di una storica locanda -e di un'antica via- milanese ed è figlio di uno stallone di nome Rousillon e di mamma Ibtidaar.
Passato alle Aste yearling (i puledri di circa un anno e mezzo) dell'Anac organizzata insieme alla Sga, fu acquistato, per 36 milioni proprio da Ildo Tellini per andare a vestire i colori varesini della Belforte del signor Bernasconi (con cui vinse bene al debutto, a San Siro, a fine maggio nel 93) e della Razza Giallorossa di Giancarlo Gualco.
Ildo lo aveva scelto e voluto, a dimostrazione di grande fiuto, perché stregato, più ancora che dal catalogo, dal modello e dal modo di muoversi e camminare, nel ring e accanto ai box di Settimo Milanese.
In carriera è sempre stato montato da Massimiliano -e come vedremo non era così scontato- e ha vinto 16 corse tra cui, oltre al Turati e a importanti piazzamenti come quelli nel Di Capua, ha conquistato il Pisa, il Natale di Roma, il Giubileo, Il Premio delle Alpi a Merano (due volte) e il Piazzale. Massimiliano (che ora allena e con successo in Spagna, dove si è trasferito con gli amori di famiglia, se lo è tatuato sulla spalla sinistra, dal lato del cuore...
MAX E LA SEVERITA' DEL NONNO
Massimiliano venne anche chiamato a Merano da Borromeo per il debutto di Ravier ma, a parte che improvvisamente al loro ingresso in pista si scatenò un nubifragio, il bel grigio -vai a sapere se perché spaventato da qualcosa o perché aveva magicamente subodorato che si trattava del fantino che avrebbe poi dovuto affrontare negli anni in sella a Morigi- all'uscita dalle gabbie di partenza girò indietro e lo mandò per le terre. Borromeo stimava molto il bel Max e gli voleva un gran bene.
Ildo, burbero come un toscano burbero, è stato prima un padre che un nonno per Max fin da ragazzino, ma anche per questo -e forse soprattutto- come allenatore è sempre stato severo, esigente e intransigente.
"Fino all'anno prima di Morigi non mi faceva montare quasi mai, correvo e vincevo per tutti ma in scuderia era sempre gavetta ed ero sempre sotto esame -ricorda commosso Max- anzi furono i proprietari che con le buone, anche se il fantino di scuderia era Stefano Landi, a convincere nonno a mettermi su.
"In principio pensavo, ma non capivo, fosse per proteggermi, per non farmi passare come un raccomandato. Una volta perché avevo battuto la sella sulla groppa di un cavallo, mi mise a pulire gli asciugamani di scuderia con il bruschino e il sapone di marsiglia per 25 giorni, altro che montare"."In realtà -riprende il fantino- solo con il tempo ho compreso il duplice scopo di tanta severità: prima di tutto insegnarmi che la vita e l'ippica sono dure e vanno affrontate con umiltà e senza scorciatoie, poi tirarmi fuori rabbia e cattiveria, la cazzimma e poi, con il suo esempio, cercare di non farmi tentare, anche dal mio carattere e dalle mie distrazioni, rispetto un tipo di vita giovanese e notturna. Dio sa quanto i suoi insegnamenti mi stanno servendo anche adesso che alleno. Gli devo il mondo. Come uomo e come ippico. In sella ed a terra"...
Max da ragazzo aveva qualche atteggiamento da bullo ma chi aveva voluto e saputo conoscerlo, come per esempio il fantino cileno Santiago Soto, sapeva che spesso erano difese, a mascherare anzi una sensibilità straordinaria. Max ha sempre avuto un cuore d'oro, spesso in balia delle emozioni, da cui qualche volta provava a difendersi fuori ma che sono diventate il faro di ogni sua scelta, in amore, nella vita e con i cavalli.
Olè...




























