La giostrina del tempo perduto
Un bimbo piagnucola tirando la mamma verso la giostra dei cavallini che, dal centro della piazza, sovrintende alle bancarelle farcite di dolci, ai passanti frettolosi, ai tintinnii speziati che carezzano ogni sampietrino, mentre le luminarie vibrano appese all’aria frizzantina. Gira e gira e gira in un incanto artificiale, scandito dalla musica meccanica, mentre i bambini stringono le redini di plastica, entusiasti di un’allegria prefabbricata.
Un’origine sorprendentemente antica e militare quella di questo meccanismo che il tempo ci ha consegnato sotto forma di divertissement per bambini. Le prime forme compaiono in Medio Oriente e si diffondono in Europa durante le Crociate come esercizio di addestramento per i cavalieri che si allenavano a colpire bersagli fissi mentre giravano in tondo. Giungendo al Rinascimento, quell’esercizio si è trasformato in spettacolo: la sagoma del cavallo decorata lanciata in una corsa circolare come una riproduzione addomesticata della battaglia, diventa giocattolo da fiera azionato a mano o da animali. Con l’arrivo del vapore prima e dell’elettricità poi, le giostre si avvicinano al moderno assetto, fino a giungere al modello americano di fine ‘800 con i cavalli che “galoppano” su e giù.
Sin dal Rinascimento, gli artigiani resero i cavalli delle giostre dei veri e propri gioielli: non solo giocattoli, ma piccoli mondi simbolici, icone di eleganza e fantasia; da allora possiamo trovare cavalli da parata con ricche bardature e pennacchi o destrieri rari che, a partire dall’Ottocento, riflettevano la moda per l’esotismo oppure cavalli ispirati a personaggi leggendari (Re Artù, Zorro, ecc.) e a mestieri (come vigili del fuoco o cavalleria militare): criniere dipinte e espressioni scolpite che imitano il vero senza mai raggiungerlo, a volte grottesche a volte minacciose.
Simboli di coraggio, nobiltà e viaggio, i cavalli delle giostre consentivano ai bambini, con il loro finto galoppo, una vertigine controllata, una promessa di libertà senza rischio; una piccola mitologia rotante, dove l’ombra dell’antico rapporto uomo-cavallo che vedeva i due compagni intrepidi di battaglie e avventure, veniva tradotta in un divertimento innocente, involontario malinteso pedagogico dei tempi moderni; oggi infatti, mentre la giostra continua a girare, osserviamo un’infanzia che cavalca una caricatura, ignara della dignità che vibra sotto una criniera vera.
Un’usanza solo apparentemente innocua quella che si reitera soprattutto durante le feste natalizie: un rito in cui, il gesto di cavalcare un giocattolo a gettoni (riduzione della complessità del reale ad un fantasma addomesticato) educa inconsapevolmente a rendere assoggettata l’icona di un animale, svuotando il gesto di senso etico; perché il cavallo vero (quello che sente, guarda, dialoga attraverso il fiato e la tensione dei muscoli), scompare dietro la sagoma verniciata del suo doppio fittizio e, in quel ronzio da fiera, si perde l’eco dell’idea moderna di rinnovata relazione uomo-animale che non è dominio, ma ascolto e cammino condiviso; al contempo, nel gioco nostalgico da fiera, dimentichiamo che l’equitazione è (o dovrebbe essere) palestra di responsabilità, educazione viva, conoscenza di sé e dell’altro.
Ci sono tradizioni che devono essere ricontestualizzate e possono sopravvivere solo se accettano di evolversi; oggi la giostra, specchio della visione arcaica del cavallo, deve fare i conti con una rinnovata nobiltà dell’equitazione che vira verso il valore educativo. Esauriti i campi di battaglia, i tornei medievali e le gesta eroiche, oggi l’equitazione, svolta con competenza, è una scuola completa che insegna sì il coraggio, ma senza aggressività; insegna sì la disciplina, ma a servizio del senso di responsabilità, antagonista del puro autoritarismo; insegna sì la fatica del lavoro, ma veicolata dal dialogo competente che insegna che ogni azione ha conseguenze sull’altro e che l’altro è quanto di più distante ci possa essere da un giocattolo di plastica: è un essere senziente.
Il piccolo cavaliere contemporaneo deve imparare a riconoscere e gestire gli errori, ad essere costante nelle cure e nel lavoro, a comunicare col corpo; per questo la bella equitazione a cui oggi siamo (o vorremmo essere) giunti, come ogni sport, forma non solo l’atleta, ma anche la persona: educa, fonde corpo e pensiero, istinto e ragionamento, dinamismo e pazienza, coltiva l’armonia. A tutto ciò si aggiungono le peculiarità dell’equitazione che ritroviamo nell’imparare a rispettare l’altro e ad educarlo attraverso il dialogo. Insomma, trasmette valori trasversali che preparano alla vita, alle relazioni con gli altri e alla gestione di sé stesso.
Forse, per restituire alle giostrine il senso che nel tempo si è dissolto, dovremmo partire proprio da qui: insegnare a guardare il cavallo come animale e non come mezzo, scegliere l’incontro invece dell’illusione automatizzata. Quello del cavaliere da giostrina, in fondo, è un gioco di ruolo, una forma di espressione creativa che promuove l’immaginazione, offrendo uno spazio sicuro per esplorare personaggi diversi ai quali potremmo, ad esempio, aggiungere altri ruoli come il veterinario o il maniscalco, professionisti che si prendono cura del benessere del cavallo: con questo stratagemma potremmo migliorare l’esperienza avvicinandola ai valori odierni di rispetto per gli animali.
Mettere bendaggi o battere un ferro sull’incudine o applicare una scarpetta eserciterebbero comunque un’attrattiva sui più piccoli? E se sul disco che gira ci fossero anche pony da bruscare? Magari carote e mele da preparare? Certo, plastica ovunque, pelo finto e crini artificiali, ma l’era della controversa tecnologia e IA che, tra mille polemiche, sta avanzando, può avere i suoi vantaggi: immaginiamo attività di accarezzamento interattivo in cui sensori permettano al cavallo della giostra di “relazionarsi” in tempo reale coi bambini che li toccano: orecchie e coda che si muovono, un naso che sbuffa, leggere vibrazioni… In questo modo il gioco di ruolo si arricchisce di una nuova dimensione, restituendo ai piccoli partecipanti la possibilità di emulare un’interazione empatica che apre una finestra di scoperta sull’identità animale e di apprendimento sulle possibilità di relazione con un essere senziente.
Le giostre diventerebbero il palcoscenico di una nuova modalità che riconosce il cavallo come soggetto invece che come oggetto, ricontestualizzandole e riposizionandole al posto che meritano: al centro della piazza.




























