Quando l'incontro con un cavallo cambia la vita
Troppo spesso si descrive il cavallo come un essere a cui si vuole molto bene, soprattutto a parole, ma non sempre le parole sono in sintonia con le azioni, che riflettono il pensiero che l’animale sia un oggetto al servizio dell’uomo, di cui si decide il destino sulla base di esigenze che non sono le sue, anzi, senza nemmeno conoscerle
Troppo spesso ho sentito pronunciare la frase «beh, è un cavallo» dando per scontato che sia in grado di arrangiarsi, affrontare disagi climatici o accontentarsi di un’abbeverata o un giaciglio non puliti.
Il cavallo non è più un animale selvatico proprio perché l’uomo lo ha messo in condizione di perdere la sua autonomia. In libertà l’istinto gli indica dove posizionarsi per trovare riparo da freddo e sole, e non lo farebbe stazionare sugli escrementi ma, nelle prigioni più o meno dorate in cui è costretto, non può seguirne la voce.
Quando poi diventa anziano o non più idoneo alla vita sportiva, si pensa che basti metterlo in box o in paddock per avere la coscienza tranquilla. Anzi, ci si considera “bravi” perché si tiene un soggetto che non “fa più nulla”. Se non “lavora” mantenerlo sembra una benevolenza, quasi un merito e non un dovere.
Magari ha trascorso la vita in box e si decide di “mollarlo” in paddock, dandogli un’apparente libertà solo perché costa meno.
Di fatto lo si abbandona, senza preoccuparsi se d’estate mosche e tafani lo tormentano, se in primavera non riesce a eliminare il pelo invernale, se in autunno una congiuntivite gli affligge l’occhio o se durante l’inverno i piedi sono infangati e doloranti.«Beh, è un cavallo» quindi sa arrangiarsi. D’altronde il proprietario non ha tempo e gli extra costano, bisogna che si accontenti, è già fortunato a starsene tutto il giorno in ozio. Molti dimenticano che nonni e genitori, divenuti anziani, necessitano di sostegno e cure diverse rispetto a quando erano giovani, ma che continuano a svolgere un ruolo importante nella nostra vita.
Butteremmo nostro nonno in terrazzo nei mesi invernali o estivi se ha sempre vissuto in casa?
La mia prima esperienza di proprietaria è stata con un soggetto anziano di circa 25 anni che chiamai Sorbetto. Ho agito controcorrente prendendo un animale gettato via da altri, in un momento in cui la sua unica destinazione sarebbe stata il macello o una lenta agonia in un paddock.
Non so perché lo presi: qualcosa di irrazionale dentro me rispose a una sua muta richiesta di aiuto. La ragione diceva che non era proprio il caso mentre gli esperti mi deridevano. Non avevo mai gestito un cavallo e pareva davvero una follia.Da giovane quel ronzino era stato un atleta tosto e vederlo impennarsi in tondino, nonostante fosse pelle e ossa, induceva gli esperti a sentenziarne la pericolosità: con lui mi sarei fatta male. Invece si è rivelata l’avventura più bella della mia vita, da allora migliorata poiché foriera di opportunità mai immaginate.
Quel cavallo mi ha insegnato a guardare DENTRO e a superare l’involucro, trasformando il mio sguardo verso il mondo. Mi ha fatto capire che prendersi cura di qualcuno fa stare bene non solo chi riceve ma anche chi agisce.
Nel caso di un cavallo, si assapora un benessere difficile da descrivere che nessun bene pregiato può avvicinare. Dopo averlo curato, sferrato e messo in bitless, quel soggetto “cattivo” è diventato il mio migliore amico, proteggendomi quando uscivamo nelle nostre piccole passeggiate da pensionati. Non sono una grande amazzone ma potrei raccontare molti episodi in cui lui mi ha aiutato e impedito di farmi male, riportandomi sempre a casa anche quando il mio ridotto senso dell’orientamento faceva cilecca.
Smise di impennarsi in tondino quando si rese conto che il mio affetto per lui superava il timore delle sue intemperanze. L’incoscienza che mi spinse ad acquistarlo e l’insensata felicità che mi animava quando stavo in tondino, forse, lo convinse che non ne avevo paura, o che non fossi pericolosa, e smise di impennarsi.
Giorno dopo giorno, la vicinanza e lo studio reciproco sgretolò impercettibilmente la distanza tra noi: non successe in un giorno ma dopo tanti in cui la mia presenza costante e la sua disponibilità ad essere gestito ci rassicurò entrambi. La fiducia che nacque fu sincera e mai tradita. Lo ripeto: una delle esperienze più belle della mia vita.Non so se lui era un cavallo speciale o se è una capacità comune a tutti gli equini (opterei per la seconda ipotesi), ma aveva il dono di comprendere le intenzioni di chi gli stava vicino. Sapeva leggere nell’anima e induceva a interpretare la propria.
Quando ancora si stava riprendendo e tutti ne deridevano l‘aspetto, arrivò una bambina che mi fece i complimenti, sentenziando con un sorriso sincero che ero davvero fortunata ad avere un cavallo così bello. Da quel momento continuai, con maggiore convinzione, a vederlo e a trattarlo come se fosse il più bel cavallo del mondo e credo che lui abbia recepito il mio pensiero autentico, comportandosi di conseguenza. Lo avvertivo e lo consideravo come un animale nobile, bravo e intelligente e lui agiva come tale, deludendo le aspettative negative degli esperti.
Una volta uno di questi mi sollecitò a prendere un animale giovane con cui, secondo il suo assennato parere, mi sarei sicuramente divertita di più, invitandomi a “fare fuori” Sorbetto. Ci rimasi male perché stavo benissimo con lui e mi divertivo a sufficienza anche se non lo montavo: la trovai una proposta parecchio scortese, per non dire altro.
Ci pensò il mio destriero a rispondergli per le rime la prima volta che l’esperto lo portò in paddock, impennandosi con una foga che fece sbiancare il malcapitato, spingendolo ad esternazioni che non riporto concluse con la decisa convinzione che con quella bestiaccia mi sarei fatta male.
Quando Sorbetto superò i trent’anni, una gentile ragazza lo guardò con affetto facendo una battuta sull’età avanzata e sul fatto che, oramai, fosse del tutto innocuo. Eravamo affiancati, lo tenevo alla longhina per condurlo nel campo in sabbia in cui si sarebbe rotolato, ma credo reagimmo nello stesso modo alla frase, spalancando gli occhi sorpresi e offendendoci per quella scortesia, che ci affibbiava gratuitamente dei “rimbambiti”.
La ragazza ci accompagnò e appena entrati in campo Sorbetto fece una bella impennata rivolta a lei, mentre io mi godevo impassibile la scena. Era parecchio tempo che non si impennava, e la ragazza capì che era tutta per lei. Reagì scusandosi, affermando che non si sarebbe mai più permessa di dare del rimbambito a un simile giovanotto!Ricordo anche un momento commovente che mostra il lato fragile di un cavallo anziano.
Il primo anno che andai in ferie per due settimane, lasciai Sorbetto alle cure di una ragazza affidabile che tutti i giorni provvedeva alle sue necessità ma, quando tornai, mi resi conto che l’assenza lo aveva provato. Dopo aver conosciuto l’abbandono e la mia presenza costante, lesse quelle due settimane come un nuovo abbandono e la sua reazione mi toccò fino alle lacrime.
Il veterinario, abile professionista sensibile al benessere animale, mi consigliò di indossare una maglia per alcuni giorni, prima di andare via l’anno successivo, e di lasciarla vicino alla mangiatoia in modo che il mio odore lo rassicurasse. Funzionò, e ogni anno seguii il consiglio che gli permise di vivere con serenità quei periodi di distacco.
È un episodio che mi viene sempre in mente quando vedo cavalli abbandonati in paddock o in box, senza che i proprietari vadano a trovarli. Penso al loro smarrimento, alla solitudine e alla fragilità che accompagna l’ultimo tratto della loro vita, priva di conforto.L’Unione Europea ha riconosciuto nel 2007 che il cavallo è un essere senziente, promuovendo il suo status da semplice “bene” a “essere che prova sensazioni come dolore e piacere”.Non credo serva una normativa per comprenderlo. Basta restare in loro compagnia e osservarli con occhi e cuore disponibili, e si eviterebbe di pronunciare «Beh, sono solo cavalli».
Mi hanno sempre detto che Sorbetto è stato fortunato ad avermi incontrato.Oggi rispondo che sono stata fortunata io ad averlo conosciuto.




























