Trotto amarcord: Vandalo campione a 23 anni
TRA STORIA E LEGGENDA (ma molto più storia: parlano i documenti) esercita ancora grande fascino la figura di un trottatore dei primi tempi del Regno d’Italia, Vandalo. Un cavallo eccezionale, per quei tempi e in assoluto. Già nel nome, nella sferzante cadenza sdrucciola (Vàn-da-lo), si avverte come una raffica, una folata distruttiva e dominante. Passando per certe contrade della Val Padana, è possibile anche oggi udire sulla bocca di qualche anziano agricoltore l’espressione “Andare come il Vandalo”. Ovvio che la battuta non ha niente da spartire con antiche orde barbariche o con qualche bandito di estrazione locale (tipo il romagnolo Passatore), chiusosi in quel nome terrificante.
Il riferimento è proprio per lui, Vandalo il trottatore, l’eroe entusiasmante e intramontabile che in un certo senso tenne a battesimo il nostro trotto. Prima di lui soltanto nel padovano Prato della Valle, attivo fin dall’agosto 1808 e che gloriosamente festeggia proprio quest’anno il doppio centenario, si effettuarono convegni ufficiali di corse, in un’Italia ancor spezzettata da cento confini e ben lontana dall’alacrità, per esempio, di Francia, Russia o anche Svezia, dove si correva con cavallini tutto-pepe assai simili ai pony.
Ci voleva Vandalo, monumentale e magnanimo, per accendere la scintilla e trasmettere alle folle una carica agonistica nuova, destinata a spazzar via ogni residuo di passione campanilistica e locale. Si era arrivati, insomma, al “cavallo nazionale” e il suo curriculum straordinario (139 corse, 101 vittorie, 27 secondi posti) fu il frutto di impegni affrontati in decine di luoghi diversi.
Vandalo nacque il 19 aprile 1862 nell’allevamento del marchese Giovanni Costabili di Ferrara, che lo regalò puledro a Vittorio Emanuele II allora dimorante in Firenze capitale. Il sovrano era un appassionato di vecchia data, nel piccolo Piemonte preunitario non si ignoravano le corse e perfino Camillo Cavour, si dice, aveva svolto mansioni di giudice di gara.
NON TARDÒ VANDALO, col suo caratterino ultravivace, a mettere scompiglio nelle reali scuderie: sicché re Vittorio, con gesto non privo di ironia, decise di restituire l’imbarazzante dono, che di lì a poco finì col passare all’allevamento del centese Falzoni Gallerani. Fu questi a domare Vandalo, riuscendo con immensa pazienza a fare dell’irruente roano un corridore equilibrato e fortissimo.
La prima impresa ebbe come teatro la Montagnola di Bologna, attorno alla quale da tempo si organizzavano gare estemporanee con l’ideale traguardo di arrivare a coprire i 556 metri del giro in meno di un minuto. Vandalo, a sei anni, nel 1868, ci riuscì, dando una strapazzata al precedente record e suscitando enorme scalpore.
Ebbe inizio una carriera che doveva rimaner unica negli annali del trotto. Vandalo divenne ben presto la “bandiera”: e ogni anno, alla stagione dei mercati e delle corse, il grande roano emozionava le genti di ogni parte d’Italia. A 17 anni, simbolo di una “vendetta”a lungo covata, venne portato a Vienna, ove batté ripetutamente i campioni locali, i famosi “Orlof”.
Continuò a gareggiare fino ai 23 anni suonati. La gente voleva Vandalo, e Vandalo voleva correre. Quando sentiva lo squillo dell’ingresso in pista, smaniava e si agitava come un puledro mal domato. Venne ritirato nel 1886 e tornò all’allevamento Costabili, riacquistato dal giovane marchese Alfonso. Cominciò allora la gran tristezza di Vandalo, incapace di condurre un’esistenza quieta e normale dopo aver respirato per tanto tempo la polvere delle gare. Non si rassegnava. E il giorno in cui, borghesemente attaccato a un calesse, fu guidato dal proprietario alla volta di Ferrara dove c’erano le corse, nel suo cervello dovette scoppiare qualcosa. Allo squillo della campana che chiamava i cavalli al via, Vandalo s’impennò, spezzò i finimenti, balzò sul terreno di gara creando il finimondo. Fu una faticaccia calmarlo e riportarlo a casa. Morì poco tempo dopo.


























