Il cavallo come ponte tra territori e comunità
Quando si parla di cavalli, il pensiero corre spesso allo sport, all’allevamento o al turismo equestre. Ma esiste una visione più ampia che vede il cavallo come un alleato dello sviluppo locale, della valorizzazione dei territori e della costruzione di nuove economie sostenibili. È la filosofia che anima Horse Green Experience, il progetto ideato da Final Furlong che negli anni si è sviluppato fino a dare vita a percorsi formativi, laboratori territoriali e alla più ampia strategia nazionale Italiana con il Cavallo. Ne parliamo con Maurizio Rosellini, che da tempo lavora per costruire un nuovo rapporto tra cavallo, comunità e territori.
Rosellini quando si parla di cavalli si pensa subito allo sport o al tempo libero. Voi invece proponete una visione diversa. Quale?
“Il cavallo ci invita a osservare i territori con attenzione, a percorrere strade secondarie, a entrare in relazione con le persone e con i paesaggi. Non è soltanto un mezzo o una passione; è una sensibilità che ci aiuta a riscoprire il valore delle aree interne e delle comunità che le abitano. Attraverso il cavallo impariamo a leggere il territorio in modo diverso, più attento, più rispettoso e più autentico”.
Nel vostro racconto il cavallo sembra quasi un mediatore tra uomo e territorio.
“È proprio così. Il cavallo non è il protagonista, ma il compagno di viaggio. È una presenza antica che attraversa paesaggi, culture e tradizioni. Grazie a lui possiamo immaginare un modo diverso, possiamo vivere i luoghi, valorizzando le produzioni locali, i piccoli borghi, i sentieri e le relazioni umane. Diventa un ponte tra chi abita un territorio e chi desidera scoprirlo”.
Come nasce Horse Green Experience?
“Nasce da una riflessione molto semplice: il cavallo può essere un ambasciatore del territorio. Può aiutare a mettere in relazione mondi che spesso dialogano poco tra loro: agricoltura, turismo, cultura, ambiente, artigianato e comunità locali. Da questa idea è nato un progetto che non parla soltanto di cavalli, ma di sviluppo sostenibile e di valorizzazione delle identità territoriali”.
Perché avete scelto di concentrare il vostro lavoro soprattutto sull’Italia meno conosciuta?
“Perché è lì che si trova una parte fondamentale della nostra identità. Borghi, trattori, campagne e paesaggi rurali custodiscono un patrimonio immenso di storie, tradizioni e competenze. Il rischio è che venga dimenticato. Il cavallo permette di attraversare questi luoghi con tempi e modalità compatibili con la loro autenticità, generando opportunità economiche senza snaturarli. È una sfida culturale prima ancora che turistica”.
Negli ultimi mesi avete promosso diversi incontri territoriali. Che cosa accade durante questi momenti di confronto?
“Accade qualcosa di molto semplice: le persone si incontrano. Amministratori, allevatori, operatori turistici, imprenditori, associazioni e cittadini si siedono attorno a un tavolo e iniziano a immaginare insieme il futuro del proprio territorio. Si condividono esperienze, si individuano risorse, si costruiscono reti e collaborazioni”.
Quindi non si tratta semplicemente di turismo equestre, ma il cavallo diventa protagonista della propria narrazione…
“Parliamo di turismo rurale rigenerativo. Un turismo che produce economia, ma anche relazioni, cultura, identità e cura dei luoghi. Il cavallo diventa il filo che unisce agricoltura, ambiente, ospitalità, tradizioni e qualità della vita”.
Da questa esperienza è nata anche la strategia nazionale Italia con il Cavallo. Di cosa si tratta?
“È l’evoluzione naturale di un percorso iniziato anni fa. L’obiettivo è creare una rete nazionale di territori che condividano una stessa visione di sostenibilità, accoglienza e valorizzazione delle aree interne. Non un progetto calato dall’alto, ma un sistema che nasce dai territori e dalle persone che li vivono ogni giorno”.
Un ruolo importante lo gioca anche la formazione.
“Certamente. Per costruire un’offerta di qualità servono competenze. Noi ci rivolgiamo soprattutto ai giovani che cercano nuove opportunità professionali, alle imprese che vogliono innovare, ai professionisti del turismo e alle amministrazioni, locali. Formiamo persone capaci di progettare esperienze, costruire reti e raccontare il territorio in modo autentico”.
Con quale obiettivo?
“Creare figure che sappiano leggere i luoghi e interpretarne il valore. Oggi il turismo non può essere semplice consumo di destinazioni. Deve diventare conoscenza, relazione e rispetto. Solo così può generare benessere duraturo per chi arriva e per chi vive quei territori ogni giorno”.
Come si traduce concretamente questa visione nei territori?
“Tutto parte dalla volontà del territorio di investire nella costruzione di un nuovo prodotto turistico. Non arriviamo con un modello preconfezionato, ma con un metodo. Le istituzioni, le imprese, le associazioni di categoria e gli altri attori locali si riuniscono nella Cabina di Regia Horse Green Day e condividono la scelta di avviare il percorso dell’Academy – Italia con il Cavallo. Da quel momento prende avvio un anno di lavoro strutturato durante il quale il territorio viene accompagnato nella formazione, nella progettazione condivisa, nella costruzione del catalogo di esperienze, nella validazione commerciale e nella definizione di una governance stabile. Alla conclusione del percorso il territorio non dispone soltanto di nuove competenze, ma di un vero prodotto turistico organizzato, frutto di una progettazione partecipata e pronto ad essere proposto ai mercati nazionali e internazionali”.
Italia con il Cavallo può rappresentare una risposta anche per le grandi città sempre più interessate alla redistribuzione dei flussi turistici?
“Assolutamente sì. Oggi le grandi città d’arte vivono una crescente pressione dovuta alla concentrazione dei flussi turistici. Italia con il Cavallo propone una visione complementare: non sottrarre visitatori alle città, ma offrire loro nuove opportunità di scoperta, accompagnandoli verso le campagne, i borghi, i paesaggi rurali e le comunità che circondano i grandi attrattori. È un modo per distribuire in maniera più equilibrata i flussi turistici, generando benefici economici diffusi e migliorando al tempo stesso la qualità dell’esperienza dei visitatori. La città, in questa prospettiva, non rappresenta il punto di arrivo, ma il punto di partenza di una narrazione più ampia. Dal patrimonio storico e culturale urbano il viaggio si estende verso l’entroterra, dove lentezza, ruralità, biodiversità, produzioni tipiche e relazioni autentiche diventano parte integrante dell’esperienza. È così che Italia con il Cavallo costruisce un nuovo patto tra città e campagna, contribuendo non solo alla gestione dell’over tourism, ma anche alla rigenerazione economica, sociale e culturale dei territori”.
Se dovesse lasciare ai lettori un’immagine che rappresenta questa visione, quale sceglierebbe?
“Quella di un sentiero che attraversa campagne, colline e piccoli borghi. Un viaggio lento, dove il valore non sta soltanto nella destinazione ma negli incontri lungo il cammino. E il cavallo, da sempre, conosce la strada”.






























