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Come in tutte le prime domeniche di ottobre, dal 1920 appunto a domenica, a Parigi si disputa l'Arc de Triomphe, classicissima del galoppo mondiale, mediamente seguita -giapponese più, giapponese meno, da un biliardino -inteso come misura numerica, non come calciobalilla-di persone grazie ai diritti tv venduti in decine di Paesi, ma anche in ventine o trentine, qualche volta compresa Mamma Rai che ormai, anche se ogni scarrafone è bello a mamma sua, si guarda bene e anche male dal trasmettere la maggior parte dei comunque improponibili eventi ippici di casa nostra, tipo, da Varenne in poi, il Derby di trotto che ha una dotazione, creata con soldi pubblici, superiore all'Amerique e all'Elitloop ma operatori a parte -e talvolta manco loro- nessuno due giorni dopo sa chi l'abbia corso e neppure chi l'abbia vinto.
Il 2026 inizia con dolore. Ci ha lasciato un pezzo della nostra giovinezza, un mito per noi ragazzi degli anni 60 e 70… Siamo cresciuti adorando Noal Murless , Vincent O’Brien e Dick Hern ma ammirando estasiati la bravura di Ian Balding cosi come poi abbiamo donato il nostro cuore ad Henry Cecil e non solo.
La madre di tutte le corse ! Una madre piuttosto giovane , poco più di cento anni, una bimba. Eppure, sembra incredibile, l’Arco di Trionfo, piaccia o non piaccia agli irriducibili anglofili come me, è la corsa più importante del mondo.
Guarda tu se alla mia età e con il classico, scaramantico, piede nella fossa mi tocca andare a lezione di Giapponese, proprio io che comprendo a malapena , molto male, l’inglese. Eh si, qui davvero forse questa volta ci siamo, nel senso che , dopo tantissimi tentativi che si sono infranti su palo di arrivo ( iconica Solemia che stampa Orfevre ) sta a vedere che forse, chissà , magari, eventualmente nel pomeriggio di domenica 5 ottobre ci capiterà di ascoltare finalmente l’inno nazionale nipponico.
La Reine ! Allez France, non poteva esserci nome più entusiasmante per gli appassionati francesi che la amarono follemente. Glielo diede Daniel Wildenstein, fantastico uomo di cavalli , uno dei più eccezionali che il Turf mondiale abbia mai avuto.
1970 : il Turf mondiale entra nella sua era moderna e contemporanea. Esattamente 55 anni orsono, anniversario pieno, un fuoriclasse di nome Nijinsky, sintesi sublime del portato genealogico della vecchia Europa perfettamente miscelato con l’espressione più nobile del galoppo nord americano ( allevato in Canada dalla Windfields Farm del fantastico Edward Plunket Taylor e di proprietà di Charles Engelhard , il re del platino, allenato in Irlanda da Vincent O’Brien) , raggiungeva vette assolute in pista e dava il via alla concezione più colta del Turf mondiale moderno e possiamo anche dire contemporaneo.
Dove sono i tre anni ! E’ il grido lanciato da qualsiasi autentico appassionato prima e dopo la disputa delle King George 2025. Diciamolo chiaramente : senza la presenza dei tre anni una corsa come le King perde quasi interamente la sua ragione di essere, il suo DNA che è quello di mettere per la prima volta, al massimo livello, a confronto i tre anni con gli anziani sui 2400 metri.
Tutto nelle mani magiche di Dario Di Tocco, manita per il jockey, mai richiesto se non per fargli capire che non si stava scherzando. Maniere forti dal via, quelle stimmate del cavallo che vuole dimostrarti di essere importante e lo sarà, l’incedere souple che rende facili anche le cose difficili.






























